… È una bugia.
In questi giorni, per una casualità, sto ascoltando il podcast Limoni, di Internazionale, che ripercorre le storie e le testimonianze del G8 di Genova del Luglio 2001 a venti e venticinque anni di distanza. Credo che la repressione violenta di piazza in questi giorni tra Ottobre e Novembre abbia guidato la mia scelta, nella libreria di podcast a cui sono iscritto.
Il G8 di Genova è un evento che mi restituisce una marea di sensazioni e che mi obbliga a indagare su me stesso, su che ragazzino fossi, cosa mi passasse per la mente a diciassette anni e cosa io senta, a quarantadue anni, approfondendo la tragedia che investì la mia città natale nella torrida estate pre-undici settembre.
Negli anni a venire ho sempre cercato di tenermi informato tramite documentari, video testimonianze, assemblee scolastiche, articoli di approfondimento, film. Ammetto di non essermi mai spinto verso le carte processuali o le cronache giudiziarie in senso stretto, ma avevo, e ho, necessità di recuperare quanto più possibile per colmare un ingombrante senso di colpa, duplice.
Il primo è legato a una sensazione che Zerocalcare, mio coetaneo, ha descritto fin troppo bene su se stesso: la responsabilità che ci sentiamo addosso, come generazione (io, da adolescente genovese, lui come adolescente fisicamente presente alle manifestazioni di quei giorni) su qualcosa che dobbiamo testimoniare, e magari non abbiamo nulla da testimoniare. In Limoni, appunto, Michele Rech torna sul fatto che lui, diciassettenne, all’epoca non potesse essere un portavoce, un portabandiera, un traghettatore di istanze e che vive una sorta di senso di colpa, come dice in altre interviste e suoi elaborati, nell’esserci stato e contemporaneamente non esserci stato nel senso che tutti immaginano, ossia di “quello menato”, “quello che può parlare in prima persona degli scontri e delle atrocità delle forze dell’ordine”. E lo capisco. Da genovese di Sinistra sento quello strano rimorso di non avere un’esperienza tangibile, nel bene e nel male, delle proteste del Genoa Social Forum, mi sento come se io non possa essere degno di parlarne. Mi sento come se qualcunə, là fuori, avesse nettamente più diritto di me di parlarne: ero stato mandato in vacanza studio in Inghilterra, come ogni estate dal ‘97, anche per tenermi lontano da quello che si vociferava sarebbe successo, e che era già successo a Seattle, Goteborg e così via. Fisicamente ero stato rimosso.
Il secondo senso di colpa è biografico, per certi versi, ma è anche quello che dà il titolo a questo post. Che persona ero a diciassette anni? Sarei davvero sceso in strada? Cosa pensavo delle manifestazioni No Global? Ero già definibile un ragazzino “di Sinistra”?
No.

Ero disinteressato alla politica e diciamo che, a livello familiare, ascoltavo distrattamente i discorsi di genitori e nonni; il voto non mi riguardava ancora, ma sapevo di non dover nutrire particolare simpatia per Berlusconi e i suoi. Ascoltavo Radio Deejay, ero un nerd che amava i videogiochi per PC, collezionavo miniature di Warhammer forse pensando che l’Imperium fossero davvero i buoni di tutta la faccenda. Ma, al di là di ciò, c’è una cosa che mi provoca sempre molta vergogna, quando ripenso a che ragazzino ero: ogni volta che torno a Genova, nella mia stanza, ho il piccolo rituale di aprire cassetti, sfogliare i diari delle medie e del liceo. Il diario agenda di Radio Deejay del 2001 è pieno di disegni, come anche gli altri. Ma, a differenza degli altri diari, in una pagina primaverile avevo disegnato un celerino, tutto nero, bardato antisommossa con lo scudo e il manganello, il viso completamente nero e due occhi rossissimi, da demonio; sotto di lui avevo scritto: “Lasciate che i manifestanti vengano a noi”.
Se io diventassi famoso e morissi all’apice della mia popolarità, probabilmente qualcuno sfoglierebbe quei diari e, parlando di quella vignetta del 2001, direbbe che denotava già il mio interesse politico, la denuncia della violenza delle forze dell’ordine, un impegno sociale e di protesta in nuce per un liceale figlio di impiegati.
Ma non è così, purtroppo.
Le persone non è vero che non cambiano mai, perché io quella vignetta ricordo nitidamente di averla disegnata quando si parlava di Black Block, di manifestazioni represse violentemente dalla polizia in giro per il mondo e l’avevo disegnata come auspicio, non come denuncia. Ero un coglioncello che sperava, quasi, che “i manifestanti”, questo termine che nella mia mente appiattiva tutte e tutti sull’immagine delle frange più violente e incontrollate degli scontri di piazza, ottenessero quello che, purtroppo, avrebbero ricevuto davvero da lì a pochi mesi.
Mentre ero in Inghilterra, il giorno dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, ricordo che col mio gruppetto di amici coetanei entrammo in un negozietto gestito da un signore sud asiatico, probabilmente Indiano, o del Bangladesh. Volevamo solo comprarci schifezze, come il Mars o i Lion extralarge, e finimmo a fare due chiacchiere fugaci col proprietario, che stava al bancone leggendo un tabloid britannico. Ci chiese da dove venissimo, in Italia e gli rispondemmo: “Genoa, Genova”. L’uomo si fece molto serio e ci rispose in un accenno di Italiano: “Uhhh, Genova. Genova. Molto brutto, Genova. Look.”, quindi gira il giornale e ci fa vedere la foto di Giuliani a terra, morto, e altre foto della carica in Via Tolemaide, oltre ai danni materiali nelle vie.
Non credo quell’evento, quelle foto sul giornale, avessero smosso qualcosa, in me. Ma me lo porto dietro, è un istante indelebile quanto le Torri Gemelle colpite dagli aerei sulla TV Mivar nella cucina dei miei nonni, sintomo che, forse, una crepa aveva iniziato a prodursi nella mia coscienza, finalmente.
Nel corso del 2002, e negli anni successivi, quel mio modo di pensare superficiale, puerile, di cui continuo a vergognarmi profondamente era svanito: ero riuscito a evolvere informandomi, confrontandomi, soprattutto finendo in un giro virtuoso di amicizie e amori adolescenziali molto sensibili sul tema.
Quella vignetta non la strappo dal diario perché è una testimonianza di un me stesso cambiato, cresciuto, anche se mi crea un disagio davvero forte rivederla.
E rimane un pensiero, in questi giorni: ascoltando Limoni si possono ascoltare anche gli audio tra le radio delle forze dell’ordine, impreparate e ingiustificabili, e le telefonate che arrivavano ai centralini di Polizia e Carabinieri. Sono telefonate di cittadine e dittadini comuni, forse all’epoca avevano la mia età di adesso, o l’età dei miei genitori oggi. Mi nauseano, quasi più delle altre nefandezze perpetrate dallo Stato in quei giorni. Sono telefonate dove persone qualunque si augurano che corrano a manganellarli più forte, tutte e tutti, che gli spacchino la testa, che è inaccettabile che non possano sparargli.
Ma, soprattutto, ci sono telefonate di persone che dalle finestre guidano la Polizia verso il tetto della Scuola Diaz perché “guardate che lì ce n’è un gruppetto, si stanno nascondendo, andate, andate, fate attenzione! Preghiamo per voi!”.
Ragazze e ragazzi poco più grandi di me allora, massacrati di botte e bastonate senza alcun motivo, torturatə a Bolzaneto alla luce di prove inventate e verbali di polizia creati ad arte, traditi dalle voci al telefono di gente comune, persone di tutti i giorni manipolate da una campagna stampa e televisiva che ha fatto vedere solo devastazione accomunando il tutto e soffocando le istanze pacifiste e non violente della stragrande maggioranza delle persone accorse a Genova in quell’estate.
Mi chiedo se anche quelle persone affacciate alla finestra che telefonavano ai poliziotti siano cambiate negli anni, come è successo a me. Se siano ancora vive, se abbiano vissuto o stiano vivendo col pensiero, financo il rimorso, di essere state delle autentiche e indifendibili persone di merda, alla luce delle nefandezze e delle (pochissime) condanne agli organi delle forze dell’ordine emerse negli anni a venire.
Un po’ ci spero, se è ancora vero per me.














