5.11.26

Le persone non cambiano mai…

… È una bugia.

In questi giorni, per una casualità, sto ascoltando il podcast Limoni, di Internazionale, che ripercorre le storie e le testimonianze del G8 di Genova del Luglio 2001 a venti e venticinque anni di distanza. Credo che la repressione violenta di piazza in questi giorni tra Ottobre e Novembre abbia guidato la mia scelta, nella libreria di podcast a cui sono iscritto.


Il G8 di Genova è un evento che mi restituisce una marea di sensazioni e che mi obbliga a indagare su me stesso, su che ragazzino fossi, cosa mi passasse per la mente a diciassette anni e cosa io senta, a quarantadue anni, approfondendo la tragedia che investì la mia città natale nella torrida estate pre-undici settembre.

Negli anni a venire ho sempre cercato di tenermi informato tramite documentari, video testimonianze, assemblee scolastiche, articoli di approfondimento, film. Ammetto di non essermi mai spinto verso le carte processuali o le cronache giudiziarie in senso stretto, ma avevo, e ho, necessità di recuperare quanto più possibile per colmare un ingombrante senso di colpa, duplice.

Il primo è legato a una sensazione che Zerocalcare, mio coetaneo, ha descritto fin troppo bene su se stesso: la responsabilità che ci sentiamo addosso, come generazione (io, da adolescente genovese, lui come adolescente fisicamente presente alle manifestazioni di quei giorni) su qualcosa che dobbiamo testimoniare, e magari non abbiamo nulla da testimoniare. In Limoni, appunto, Michele Rech torna sul fatto che lui, diciassettenne, all’epoca non potesse essere un portavoce, un portabandiera, un traghettatore di istanze e che vive una sorta di senso di colpa, come dice in altre interviste e suoi elaborati, nell’esserci stato e contemporaneamente non esserci stato nel senso che tutti immaginano, ossia di “quello menato”, “quello che può parlare in prima persona degli scontri e delle atrocità delle forze dell’ordine”. E lo capisco. Da genovese di Sinistra sento quello strano rimorso di non avere un’esperienza tangibile, nel bene e nel male, delle proteste del Genoa Social Forum, mi sento come se io non possa essere degno di parlarne. Mi sento come se qualcunə, là fuori, avesse nettamente più diritto di me di parlarne: ero stato mandato in vacanza studio in Inghilterra, come ogni estate dal ‘97, anche per tenermi lontano da quello che si vociferava sarebbe successo, e che era già successo a Seattle, Goteborg e così via. Fisicamente ero stato rimosso.

Il secondo senso di colpa è biografico, per certi versi, ma è anche quello che dà il titolo a questo post. Che persona ero a diciassette anni? Sarei davvero sceso in strada? Cosa pensavo delle manifestazioni No Global? Ero già definibile un ragazzino “di Sinistra”?

No.


Ero disinteressato alla politica e diciamo che, a livello familiare, ascoltavo distrattamente i discorsi di genitori e nonni; il voto non mi riguardava ancora, ma sapevo di non dover nutrire particolare simpatia per Berlusconi e i suoi. Ascoltavo Radio Deejay, ero un nerd che amava i videogiochi per PC, collezionavo miniature di Warhammer forse pensando che l’Imperium fossero davvero i buoni di tutta la faccenda. Ma, al di là di ciò, c’è una cosa che mi provoca sempre molta vergogna, quando ripenso a che ragazzino ero: ogni volta che torno a Genova, nella mia stanza, ho il piccolo rituale di aprire cassetti, sfogliare i diari delle medie e del liceo. Il diario agenda di Radio Deejay del 2001 è pieno di disegni, come anche gli altri. Ma, a differenza degli altri diari, in una pagina primaverile avevo disegnato un celerino, tutto nero, bardato antisommossa con lo scudo e il manganello, il viso completamente nero e due occhi rossissimi, da demonio; sotto di lui avevo scritto: “Lasciate che i manifestanti vengano a noi”.

Se io diventassi famoso e morissi all’apice della mia popolarità, probabilmente qualcuno sfoglierebbe quei diari e, parlando di quella vignetta del 2001, direbbe che denotava già il mio interesse politico, la denuncia della violenza delle forze dell’ordine, un impegno sociale e di protesta in nuce per un liceale figlio di impiegati.

Ma non è così, purtroppo.

Le persone non è vero che non cambiano mai, perché io quella vignetta ricordo nitidamente di averla disegnata quando si parlava di Black Block, di manifestazioni represse violentemente dalla polizia in giro per il mondo e l’avevo disegnata come auspicio, non come denuncia. Ero un coglioncello che sperava, quasi, che “i manifestanti”, questo termine che nella mia mente appiattiva tutte e tutti sull’immagine delle frange più violente e incontrollate degli scontri di piazza, ottenessero quello che, purtroppo, avrebbero ricevuto davvero da lì a pochi mesi.

Mentre ero in Inghilterra, il giorno dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, ricordo che col mio gruppetto di amici coetanei entrammo in un negozietto gestito da un signore sud asiatico, probabilmente Indiano, o del Bangladesh. Volevamo solo comprarci schifezze, come il Mars o i Lion extralarge, e finimmo a fare due chiacchiere fugaci col proprietario, che stava al bancone leggendo un tabloid britannico. Ci chiese da dove venissimo, in Italia e gli rispondemmo: “Genoa, Genova”. L’uomo si fece molto serio e ci rispose in un accenno di Italiano: “Uhhh, Genova. Genova. Molto brutto, Genova. Look.”, quindi gira il giornale e ci fa vedere la foto di Giuliani a terra, morto, e altre foto della carica in Via Tolemaide, oltre ai danni materiali nelle vie.

Non credo quell’evento, quelle foto sul giornale, avessero smosso qualcosa, in me. Ma me lo porto dietro, è un istante indelebile quanto le Torri Gemelle colpite dagli aerei sulla TV Mivar nella cucina dei miei nonni, sintomo che, forse, una crepa aveva iniziato a prodursi nella mia coscienza, finalmente.

Nel corso del 2002, e negli anni successivi, quel mio modo di pensare superficiale, puerile, di cui continuo a vergognarmi profondamente era svanito: ero riuscito a evolvere informandomi, confrontandomi, soprattutto finendo in un giro virtuoso di amicizie e amori adolescenziali molto sensibili sul tema.

Quella vignetta non la strappo dal diario perché è una testimonianza di un me stesso cambiato, cresciuto, anche se mi crea un disagio davvero forte rivederla.

E rimane un pensiero, in questi giorni: ascoltando Limoni si possono ascoltare anche gli audio tra le radio delle forze dell’ordine, impreparate e ingiustificabili, e le telefonate che arrivavano ai centralini di Polizia e Carabinieri. Sono telefonate di cittadine e dittadini comuni, forse all’epoca avevano la mia età di adesso, o l’età dei miei genitori oggi. Mi nauseano, quasi più delle altre nefandezze perpetrate dallo Stato in quei giorni. Sono telefonate dove persone qualunque si augurano che corrano a manganellarli più forte, tutte e tutti, che gli spacchino la testa, che è inaccettabile che non possano sparargli.

Ma, soprattutto, ci sono telefonate di persone che dalle finestre guidano la Polizia verso il tetto della Scuola Diaz perché “guardate che lì ce n’è un gruppetto, si stanno nascondendo, andate, andate, fate attenzione! Preghiamo per voi!”.

Ragazze e ragazzi poco più grandi di me allora, massacrati di botte e bastonate senza alcun motivo, torturatə a Bolzaneto alla luce di prove inventate e verbali di polizia creati ad arte, traditi dalle voci al telefono di gente comune, persone di tutti i giorni manipolate da una campagna stampa e televisiva che ha fatto vedere solo devastazione accomunando il tutto e soffocando le istanze pacifiste e non violente della stragrande maggioranza delle persone accorse a Genova in quell’estate.

Mi chiedo se anche quelle persone affacciate alla finestra che telefonavano ai poliziotti siano cambiate negli anni, come è successo a me. Se siano ancora vive, se abbiano vissuto o stiano vivendo col pensiero, financo il rimorso, di essere state delle autentiche e indifendibili persone di merda, alla luce delle nefandezze e delle (pochissime) condanne agli organi delle forze dell’ordine emerse negli anni a venire.

Un po’ ci spero, se è ancora vero per me.

2.11.26

Back to basics

Qualche giorno fa, sul temibile Vinted, mi è preso lo sghiribizzo di cercare una delle prime penne della Wacom che usavo ai primordi della mia esperienza di disegno digitale con iPad.

Per una decina di Euro, dalla Spagna, oggi mi è arrivata a casa la Intuos Creative Stylus 2, una penna smart di seconda generazione (avevo avuto anche la prima versione, che aveva il classico puntale “cicciotto” da stilo capacitivo) molto simile alle classiche penne delle altre tavolette grafiche Wacom, che qui in casa sono sempre abbondate.

Quella era la mia, poco prima di essere venduta a due lire su eBay, all’epoca (genio della finanza)

Purtroppo, per quanto l’avviso dicesse che non era mai stata aperta, una volta spacchettata l’odore di bruciato mi ha fatto presagire l’inevitabile, ossia che la batteria era bella che fusa. Giusto il tempo di provarla con un mio venerando iPad Mini 2 e Procreate, collegata col filo di alimentazione, per poi riporla nuovamente, che non mi fido a tenere in tensione un aggeggino così compromesso.

Due sole cose si sketchano per provare cose: Cammy o Batman. Stavolta è toccato al Pipistrello.

Erano anni da puri pionieri del digitale: dal 2015, con l’arrivo di iPad Pro e, soprattutto, della Apple Pencil il gioco è stato completamente stravolto e il disegnare, colorare, dipingere o sketchare in digitale sono, ormai, attività naturali e semplici come usare materiali tradizionali su taccuini, tele e fogli di carta.

Invece, all’epoca, raggiungere lo sweet point tra precisione, livelli di pressione e reattività dello strumento era una roba davvero complessa, senza contare che, a ogni nuovo modello di iPad, non era per nulla scontato che l’accessorio Wacom usato fino a quel momento rimanesse compatibile con i nuovi display o le nuove antennine bluetooth!

Nostalgia canaglissima: il mio primo iPad Mini, la mia prima Creative Stylus, le prime tavole!

Voi direte: vabbé, ma la Apple Pencil costa una fraccata di soldi! E qui ribatto: la prima generazione di questo giocattolino costava un centinaio di euro, mentre la seconda approssimativamente un’ottantina! Mica bricioline… Eppure, giocandoci di nuovo, provando quella scomodità di stare attento alla mancanza di palm rejection, quell’incertezza su dove cadrà effettivamente la linea o quel lag tra gesto e tratto mi sono ricordato di che conquista fosse ogni esperimento, ogni bozzetto portato a compimento: sembrava di forzare un dispositivo a fare qualcosa che, fino a quel momento, era solo lontanamente pensato di poter fare.

E, prima o poi, vi parlerò della Wacom Inkling, a proposito di sonori fallimenti che custodisco ancora con grande cura (benché, va detto, ormai inutilizzabili!)

1.11.26

Si torna sempre dove si è stati bene

Quando ho chiuso la porta di questo blog mio figlio non era nemmeno uno spermatozoo. Adesso lui frequenta le scuole medie.

Questo blog è rimasto abbandonato per il quadruplo degli anni che è rimasto attivo ed aggiornato.

Space Age Dirtbags 2019 -2025

Quando La Festa delle Medie era lo spazio di espressione parallelo al mio - ormai chiuso - profilo Facebook, Donald Trump era solo uno sbiadito ed eccentrico palazzinaro in bancarotta. Oggi siamo a 48 ore dalle elezioni di midterm del suo secondo mandato come Presidente degli Stati Uniti d’America, una roba degna di Biff Tannen in Ritorno al Futuro II.

C’è una guerra ai confini dell’Europa, in Ucraina, da tre anni dopo l’abbandono di questo blog il Regno Unito non fa più parte dell’Unione Europea e la Striscia di Gaza è stata sostanzialmente rasa al suolo da Israele, che sta compiendo una pulizia etnica alla luce del sole. Ah, siamo anche “sopravvissuti” a una pandemia globale di Covid19, una forma estremamente aggressiva di virus influenzale, per farla semplice, che ci ha chiusi in casa per mesi interminabili, nel 2020.

Ma, soprattutto, il consenso generale era che le AI, da 2001 Odissea nello Spazio, Terminator fino alla saga di Matrix, fossero una cosa brutta, cattiva, da fermare e annientare per il bene dell’umanità. Lo sono ancora oggi, ma l’incubo si è fatto ogni minuto più reale e oppressivo, “grazie” alla Silicon Valley.

Wardolls (sì, loro sono ancora in divenire, dopo tutti questi anni)

Io disegno ancora, e nel campo mi sono tolto piccole soddisfazioni personali che, purtroppo, sono state troppo discontinue per permettermi di affrancarmi totalmente dal mio lavoro part-time in negozio, lo stesso che, nel mese in cui pubblicavo l’ultimo post qui sul blog, avevo da meno di un anno.

Ora sto per entrare nel quindicesimo.

Sono una persona profondamente diversa dal Teo del 2010 / 2013: sono un padre, un marito (sì, della stessa donna che allora era “la mia ragazza”), un disegnatore di belle speranze sempre più disilluso e un uomo che ha capito che il rancore, il livore, la sfacciataggine del sentirsela caldissima non portano a nulla, se non a incrinare amicizie e allentare i bulloni delle relazioni professionali.

Ho praticamente svuotato Paura e Delirio al Tavolo da Disegno, ossia il mio canale Youtube: se c’è una cosa idiota sopra a tutte che ho fatto è stata quella: aprirmi un canale sputando sentenze e pareri dall’alto del mio essere un giovinastro senz’arte né parte, criticando lavori altrui e peccando di imperdonabile superbia. È quell’età in cui ti senti così, certamente, ed erano gli anni che illudevano quelle e quelli come me che ci fosse una carriera grazie alla webcam nella propria cameretta, anche al costo di provare a fare views parlando male del modo in cui altre e altri disegnano, raccontano e vivono / vivevano la loro passione e professione al tavolo da disegno. Mi scuso con tutte e tutti voi. Tranne con Matteo Bussola.

Nel mentre sono anche tornato ad amare Warhammer 40’000

Perché, quindi, tornare su Blogger?

Perché ho bisogno di riprendere questo spazio personale, che so benissimo non essere affrancato dai tentacoli di Google e dai robottini ladri e scraper delle AI, ossia uno spazio in cui potermi dilungare, poter rallentare e pubblicare a piacimento, senza dover dare conto al numero limitato di link e caratteri o a cosa il mefitico Algoritmo dia rilevanza o meno. E perché, come recita il titolo, in fondo si torna sempre dove si è stati bene, anche se in questo caso è, almeno in parte, il desiderio stupido di riportare qui nel presente quella spensieratezza dei primi Anni 2000, di provare a incanalare di nuovo quello slancio creativo e libero che mi spingeva avanti senza pormi troppe domande, senza compromettermi.

Certo, i risultati sono stati quelli che sono stati, perché comunque esiste una cosa chiamata “vita” che fa di tutto per arrotolarsi su se stessa nei momenti peggiori possibili, ma ho bisogno di ritrovare quello spirito vitale che le macchine, coi loro agent e le loro black box che reinterpretano ciò che ci hanno rubato, non avranno mai e non potranno mai avere.

Di sicuro, non glielo permetterò.

Bentornatə

25.5.13

Hip Hop Tattoo


È rarissimo che mi càpiti di disegnare tatuaggi.
Un po' perché non mi sponsorizzo come disegnatore dedito a quest'arte, un po' perché non conosco, precisamente, le "regole del gioco".

Tuttavia, mi è capitato di offrire i miei servigi anche in quest'ambito, come nel caso qui sopra: si tratta di un lavoro propostomi da una mia collega (Grazie, Desi!) che è una bravissima mamma MA ANCHE (o, in questo caso soprattutto) ballerina Hip Hop (se si definiscono così... La mia ignoranza in quel ramo è abissale!).

Così Desi mi ha proposto il soggetto, e tutti gli elementi che sarebbero andati a comporlo, coi relativi significati per lei. Ci siamo confrontati sulla composizione generale e poi, aggiustamento dopo aggiustamento, dopo un'attesa interminabile... Eccolo qui!

Particolare, nèh?! :-)

Ecco alcuni passaggi preliminari:

 
 
 
 





24.5.13

Don Andrea Gallo



Ricordo vagamente un'assemblea scolastica sul tema delle droghe, al Liceo. Ricordo che fu un tema molto controverso, che ebbe non pochi ostacoli perché potesse essere dibattuto nell'aula magna.
C'erano un paio di esponenti istituzionali, tra cui qualcuno dalla Questura (ricordo solo una frase: "io le droghe le ho dovute provare tutte... Tutte, per il lavoro che svolgo!") e poi c'era Don Gallo.

Che fece un discorso dei suoi, a braccio, allontanandosi dal bancone dei relatori e gironzolando per la stanza "interrogando" i vari ragazzi. Fece anche uscire i professori, perché sapeva che nessuno avrebbe risposto con sincerità davanti alla platea se vi fossero state "le autorità scolastiche" presenti.

Catturò tutti, parlò a tutti quel "comunistaccio d'un prete" senza che vi fossero per lui distinzioni tra i ragazzetti fasci, i comunistelli (futuri hipster o capitani d'industria) e gli anarchici; perché quel che aveva da dire non aveva colore, ma solo la forza della sua esperienza, dolorosa ma costante, a San Benedetto al Porto.

In queste ore ho già letto alcuni conoscenti "di Sinistra" sciacquarselo di dosso riducendolo a macchietta mediatica dalle posizioni politiche imbarazzanti.
Che è una cosa facilissima da dire, dal tepore del salotto di Torino o Milano.

Ciao, Don! ★

12.4.13

Welcome to the Jungle

Welcome to the Jungle - Guns 'n' Roses
- Appetite for Destruction
AAAAH le maledette linee tangenti!
Le cose da evitare come la morte sono quelle linee, appartenenti ad elementi diversi del disegno, che finiscono involontariamente per diventare tangenti o, comunque, fittizio proseguimento l'uno dell'altra.
Non vi faccio notare a cosa mi riferisco, così vi evito la condanna che mi sono auto-imposto: riuscire a guardare il disegno in questione e non poter distogliere lo sguardo da quelle due MALEDETTISSIME linee :D

Ad ogni modo: signori, Virginia!
Saluta, Virginia...

Qualunque cosa abbia una lama, dal temperamatite al machete, dal pelapatate alla katana, nelle sue mani diventa un'arma di distruzione di massa.
In questo studio, che in realtà non è ancora completo al 100% ma ci tenevo a condividerlo ugualmente, stavo lasciandomi trasportare da Welcome to the Jungle dei Guns 'n' Roses. Un'atmosfera tropicale, una giungla da attraversare a passo forzato e nemici pronti a saltare fuori da ogni cespuglio... Prima o poi prometto che inizierò a studiarmi un po' di scene di combattimento vero e proprio, dopo averle tirate fuori dalla mia cervellula!

A presto!

6.4.13

Communication Breakdown

Communication Breakdown - Led Zeppelin - Led Zeppelin I
Tutto quello che mi piacerebbe rendere graficamente in un progetto come Wardolls è proprio una versione exxxagerated della Seconda Guerra Mondiale. Non una roba da universi alternativi, what if e così via. Solo, una versione bigger, faster, stronger, rocker :-)

Per cui, secondo me, in quest'ottica affidare a tre tizie toste il compito di tirare giù una super-fortezza volante della Luftwaffe a pochi minuti di volo da Londra... Ci sta. Eccome se ci sta.